venerdì 1 maggio 2020

Contagi zero


Contagi zero
tempo di pandemia, tempo per ritornare a scrivere un po’.
Lo faccio con ritardo. Lo faccio in una situazione particolare, sentendo il peso della responsabilità delle persone che oggi mi sono state affidate come parroco. Dal 19 marzo, in piena fase 1, sono stato nominato parroco della comunità Maria SS. Assunta in Miano, capirete i sentimenti che si muovono in me, da un lato una grande gioia, dall’altro paura, senso di inadeguatezza per una situazione che nessuno poteva aspettarsi.
Siamo alle soglie della fase 2 ed il ritornello più forte che si sente in questi giorni è riapertura sì, riapertura no. Anche come Chiesa siamo interpellati ed anche come Chiesa non riusciamo a dare una risposta corale, ma credo che ciò sia normale vista la situazione nuova che ci mette tutti in fuorigioco, con poche certezze e tante paure.
Chi ha giocato a calcio sa di cosa parlo. È ciò che succede la prima volta che giochi “da grande”, con tutte le regole. Vedi il tuo attaccante da solo e lo lanci, lui stoppa, si gira verso la porta indisturbato pronto a fare goal e l’arbitro fischia. L’azione è perfetta ma siete in fuorigioco. È snervante, meglio se avessi sbagliato il cross o se il mio compagno avesse stoppato male. Su quello possiamo allenarci, sul fuorigioco no. Con il fuorigioco devi fermarti e studiare tattiche diverse.
Tattiche diverse sono quelle che come Chiesa vorrei che riuscissimo insieme a far venire fuori, tattiche lontane dagli schemi del mondo, il cui interesse e preoccupazione è giustamente la ripartenza economica. Tattiche che hanno lo stesso obiettivo di sempre, fare goal, che per noi è annunciare la buona notizia di Gesù, nonostante tutto. E invece rimango impantanato nei soliti schemi, che oggi rischiano di non essere efficaci. Oggi c’è il serio rischio che, lanciando semplicemente la palla diretta verso il mio compagno, l’arbitro fischi ancora il fuorigioco, consegnando la palla al nostro avversario. E questo non deve accadere.
Perché ci sono stati troppi morti, perché ci sono ancora troppi morti, perché i contagi sono tanti.
E allora sogno qualcosa di diverso, sogno di imparare a fare comunità nonostante le distanze, sogno di imparare ad amare e sostenere la mia gente anche se non posso vederla fisicamente. Desidero così tanto la celebrazione domenicale, desidero abbracciare la mia gente, consolarla nel dolore, incoraggiarla nelle sconfitte ma so che tutto ciò oggi corre il rischio di essere solo l’ennesimo lancio lungo che ci farebbe trovare in fuorigioco.
E allora continuo con la buona pratica delle tante tattiche nuove che sono nate in questo tempo. Continuo ad essere presente seppur distante, continuo a scegliere gli ultimi, continuo a rifiutarmi di ragionare con le categorie del mondo. Non mi importa se tutti riaprono, a me importa delle persone ed in modo speciale dei più deboli. E so che così facendo pian piano riuscirò a trovare lo schema per il passaggio perfetto che porti il mio compagno al goal. Uno schema che oggi forse può chiamarsi contagio zero, qualcuno dirà utopia, io preferisco profezia. Perché oggi non sento per il mio popolo il bisogno di rivendicare il diritto alla Messa, ma sento il bisogno di custodire le persone.
Abbiamo bisogno di profezia, capacità di non fermarci ai nostri schemi ma di ascoltare e mettere in atto le tattiche nuove che il Signore ci sta suggerendo.
Coraggio, continuiamo ad allenarci con i nuovi schemi che lo Spirito ci sta insegnando e puntiamo al contagio zero, celebrare insieme l’eucaristia sarà ancora più bello. Sarà il nostro goal più importante.

giovedì 26 settembre 2019

qualcuno che mi porti al mare


sono bianco, italiano, maschio, etero. Appartengo ai fortunati di questo mondo, a chi non deve lottare per niente... appartengo a quella piccola parte di popolazione mondiale che fa le regole del gioco. Questo è come mi vedono gli altri, ma io mi ritengo ancora più "graziato", perché sono prete ed è quello che ho sognato e che oggi provo con coraggio ad essere. Dico di essere ancora più fortunato della media dei miei coetanei perché so che a 32 anni io posso fare ciò per cui ho studiato e sognato, e posso farlo qui, nella mia terra, Napoli. Tanti, troppi, miei amici devono vendersi per trovare lavoro, devono andare lontano per crearsi un futuro.
Credetemi, tutto ciò mi fa male. Sopratutto perché in giro respiro un forte senso di rassegnazione ed in modo particolare perché vedo, a livello nazionale e mondiale, una classe politica che pensa non tanto a come aiutarci a costruire un domani diverso (non oso dire migliore) ma a trovare vie di anestetizzazione di massa atte a farci credere pieni di diritti ma che in realtà ci svuotano di essi.

Ultimo il caso dell'apertura al suicidio assistito e all'eutanasia. Non mi permetto di giudicare chi ha fatto certe scelte o chi le sta pensando magari proprio adesso. Assolutamente no, il dolore è sacro, e la libertà personale lo è altrettanto. Mi spiace però pensare che lo stato non si adoperi per aiutare ad immaginare vie alternative.

Se penso alla solitudine, all'incomprensione, al senso di inutilità ed al sentirsi un peso che sperimenta una persona malata (di qualunque malattia si tratti) mi tremano le gambe. Ho tante volte ascoltato questa frase, anche da tanti credenti: "padre, vorrei morire". Ed ogni volta è un nodo alla gola. Perché a volte penso che in fondo hanno ragione.

Ma come ho già detto, sono un ragazzo fortunato, perché anche se a livello personale spesso rimango senza parole davanti a questo dolore, ho incontrato persone che invece hanno deciso di spendere tutta la propria vita per chi è nella sofferenza. Ho incontrato chi tratta da persone gli ultimi, gli inutili di questo mondo, chi li accoglie e li incoraggia, senza nessun tornaconto. La foto postata è il disegno di uno degli ospiti del "Cottolengo", una piccola casa dove si vive tutto questo e tanto di più. Sono un ragazzo fortunato perché nella mia solitudine ho incontrato chi ha creduto e puntato su di me, nonostante apparentemente non ne valesse la pena.

Non sono un uomo di legge, e non saprei come scrivere, e se sarebbe giusto farlo, una legge sul fine vita. Ma so che preferirei una legge sull'obbligo alla vita... una legge che costringa a preoccuparci gli uni degli altri, una legge che ci imponga di prenderci a cuore chi è più debole. Vorrei, se un giorno fossi bloccato dalla malattia, che ci fosse una legge che costringesse i miei concittadini ad organizzare un turno per portarmi ogni giorno al mare e magari leggermi una storia...

Non so dire cosa è giusto... ma prima di una qualsiasi legge sul fine vita, vorrei tanto che si parlasse di leggi che aiutino a scoprire quanto la vita possa essere meravigliosa, nonostante tutto.




giovedì 23 agosto 2018

ho bisogno di un sogno


In fondo non c’era nulla di speciale in quello che faceva o diceva. 
Nino era cresciuto in una famiglia normale, in una città normale, con degli amici normali.
Era bambino e nel suo piccolo mondo si sentiva forte, era bravo a scuola, non litigava con nessuno, non dava problemi. Pensava che questo gli sarebbe bastato per diventare grande come suo padre che nei suoi piccoli occhi viveva felice, senza problemi.
L’adolescenza ed il vento fra i capelli gli fecero cambiare idea. Poteva ritenersi ancora bravo, ma di certo non era il migliore; con la famiglia era sempre più un casino di incomprensioni, gli amici qualche volta gli voltavano le spalle e con le ragazze era sempre un salto nel vuoto.
Nino era uno fra tanti e questo in fondo gli dava sicurezza. 
Dopotutto è facile, sopravvive chi sa adattarsi, ma poi quando sei solo? E a Nino salivano a galla le paure di sempre: chi sono?; cosa farò?; sarò in grado di? 
E troppo spesso la risposta era una solitudine assordante.
Ma poi Nino capì.
Quando quest’ansia ti prende puoi tornare dai tuoi amici e nei tuoi posti sicuri e così anestetizzare il dolore che ti porti addosso, oppure puoi iniziare a guardarti dentro, ad ascoltarti e così scoprire la profondità dei sogni di cui sei fatto.
Nino scelse di provarci, non sarebbe stato più uno fra tanti che cammina a vuoto, sarebbero stati i suoi sogni, ciò che aveva dentro, a marcargli una strada nuova. Sarebbe stato diverso, e qualcuno di certo non lo avrebbe capito e appoggiato, ma sarebbe stato niente in confronto al desiderio di respirare finalmente a pieni polmoni.

mercoledì 7 febbraio 2018

Tradirsi

Non lo fai mica apposta...
a volte capita per caso... e quello che lei fa, dice, all'improvviso ti sembra la cosa giusta.
E non ti parlo di cose straordinarie, ma di cose semplici. Solo che all'improvviso questa cose così semplici diventano maledettamente importanti, le uniche che ti danno senso.
Le dai un passaggio dopo il lavoro, la vedi scendere dalla tua auto e andare via verso casa e ti accorgi che anche tu stai andando altrove, e già sai che non sarà abbastanza, perché altrove hai tutto, c'è la tua vita, tua moglie e i tuoi figli.
Ma non c'è lei.

mercoledì 21 giugno 2017

Specchiarsi


Si arriva ad un'età strana, quando non riesci più a dormire e al mattino ti alzi stanca, tanto che nemmeno ti riconosci più allo specchio.
Alessandra aveva passato l'ennesima notte fuori ad un balcone a guardare una città non sua e al risveglio, nella solita fretta di andare a lavoro si era fermata a fissare un attimo lo specchio.

Quell'immagine quel giorno però aveva qualcosa di diverso, quante Alessandra fa rifletteva quello specchio? Si vedeva sorridente giocare da bambina, vedeva gli auricolari che nell'adolescenza la isolavano dal mondo, si vedeva bellissima stretta tra le braccia del suo primo amore, brutta il giorno dopo che era stata abbandonata. Ferita quando tutti attorno a lei prendevano la propria strada, si vedeva sorridente ed in ansia con la paura di dover affrontare il suo primo lavoro fuori città. 

Iniziò a truccarsi e capì che quell'azione così abituale non faceva nient'altro che mettere su la maschera di chi sarebbe dovuta essere quel giorno, per piacere a tutti, per provare ad arrivare ancora una volta a sera, piena delle cose fatte, vuota di quelle vissute.

Guardò ancora una volta lo specchio e decise di non voler specchiarsi più. Decise di non mettere più maschere su maschere per strappare sorrisi. Decise che tutte quelle immagini di lei andavano bene così.

Quanta fatica nel cercare la risposta più adatta, quante energie sprecate per provare ad essere chi non eraaltro. E così decise di essere semplicemente vera.

Si specchiò ancora una volta e ora vide il suo volto, rilassato, non più impegnato ad essere chi non era, libero di essere semplicemente se stesso.

Quello era il giorno per iniziare ad essere solo se stessa, forse in molti l'avrebbero considerata pazza.
Quel giorno si vide per la prima volta per quello che era, ed andava bene così

lunedì 26 settembre 2016

domani?


“C’è una sola cosa che vorrei davvero, avere a disposizione del tempo”.
In fondo è la cosa di cui Gabriele più sentiva la mancanza. Una vita, la sua, bella piena di soddisfazioni, di primi posti e di obiettivi raggiunti, perché in fondo in quello che fai sei bravo e non ti costa fatica.
Eppure, dopo una giornata frenetica a fare tutto ciò che andava fatto, non era appagato.
Sveglia al mattino, la corsetta giù al parco perché deve mantenersi in forma. Poi accompagnare i bambini a scuola, perché è un padre di famiglia. Poi il lavoro, perché bisogna guadagnare per far andare avanti con la scuola, i dottori, il calcetto e la danza. Poi una visita alla mamma ammalata perché si sente troppo sola.
Poi e perché che si aggrovigliano nella mente e mandano in corto circuito il cuore. Non vuoi venir meno a nessun impegno preso, eppure in quelle faccende in cui avrebbe dovuto trovare se stesso, Gabriele non trovava niente.
Giornate spese a rincorrere i poi, giornate passate a doversi giustificare dai perché.
Domande che sempre più insistenti ti tolgono il respiro mandandoti in corto circuito, come quando è caldo eppure tu senti un brivido di febbre, come quando in ciò che fai ci metti il cuore ma questo poi crea legacci.
È davvero giusto ciò che faccio? È davvero questa la mia strada? E domani?

lunedì 30 maggio 2016

l'altra


Quando l'ho vista in palestra mi è successo qualcosa di strano, ero lì a fare i miei esercizi e intanto pensavo a dove l'avessi vista. Dal tappeto la guardavo nello specchio, i nostri occhi lontani si incrociavano furtivi e sorridenti. Me ne innamorai subito, senza un perché preciso. Era bello sentirsi guardati, era bello spiarla e inventarsi un modo per poterle parlare.
In strada, il vento che mi asciugava la pelle ancora bagnata e l'andare piano in moto con il volto di lei fisso davanti agli occhi. Arrivai a casa e, come sempre, trovai mia moglie ad aspettarmi, bellissima, leggeva un libro sul divano. La abbracciai e la baciai ma niente levò dal mio cuore l'altro sguardo. 
La storia ci racconta che l'amore è unidirezionale, ma ciò non basta a fermare le emozioni che spontanee partono e creano mille fantasie nella testa. Guardavo Michela leggere, guardavo i suoi capelli setosi e ricordavo facilmente perché ero innamorato di lei, e intanto, mentre di notte il profumo di quei capelli accompagnava il mio riposo, l'altra tornava a farmi visita.
E' la strana sensazione di avere tutto e di sentire il bisogno di altro. Ho sognato la vita con Michela e ho lottato per stare con lei. E' la donna più forte che io conosca, chissà quante volte mi sarei perso se non l'avessi incontrata. Voler stare con lei mi ha dato la fiducia necessaria per capire chi volevo essere, per studiare, per crescere. Il suo sguardo al mattino è il motivo per cui mi sveglio con la consapevolezza che sarà una giornata bellissima. Amo Michela, è la donna della mia vita.
 Eppure ce n'è un'altra...

martedì 8 marzo 2016

Samir

“Samir vieni, c’è qualcuno che ti cerca”. Il ragazzo posò i cuffioni e iniziò a scendere le scale. Subito un tremolio delle pareti gli ricordò di dove si trovava, da qualche parte era venuta giù una bomba. Era ormai quel tremare diventato il sottofondo ufficiale di ogni cosa si scegliesse di fare. La guerra civile prima ed ora gli attacchi occidentali rendevano la sua città una continua polveriera.
Ma Samir è forte dei suoi 16 anni e come tutti gli adolescenti non sente nemmeno lontano il puzzo della morte, sarà l’incoscienza.
Alla porta c’era Bashir, suo compagno di scuola, in una giacca troppo larga, forse del padre. “L’hai sentita? – Samir feci si con la testa – bene io ne ho abbastanza, voglio andar via”. Samir sorrise, aveva sentito quel discorso già tante volte. Bashir riprese: “ma questa volta non è come le altre, è appena arrivata una lettera di mio cugino dall’Italia, dice che lì c’è abbastanza lavoro per tutti. Capisci Samir? – lo guardò fisso negli occhi – possiamo finalmente cambiare la nostra vita, niente bombe e niente miseria, niente morte”.
Samir non ne era troppo convinto, suo padre era partito per la Francia quando lui era un bambino, in passato mandava soldi e giocattoli, poi d’improvviso più nulla. Sua madre da allora era caduta in depressione, in bilico tra le lacrime di una vedova e la rabbia di una donna tradita. No, l’occidente non prometteva nulla di buono.
“Credimi – incalzò Bashir – si tratta solo di passare il Mediterraneo, il resto verrà da sé. Pensa che mamma lascerà partire con me anche Fatima, è tutto sicuro questa volta”.
‘Fatima’… pensò in un attimo Samir e davanti agli occhi gli passò l’immagine di quella bambina vestita di viola che lo invitò da piccolino a prendere un caffè immaginario… poco dopo la vedeva cresciuta, in classe, che gli sorrideva da lontano… e poi in quella sera dell’estate scorsa, durante una tregua dalle bombe, mentre si promettevano amore per sempre.
Gli occhi di Samir sorrisero: “Certo, partiamo, il nostro futuro ci aspetta”. Bashir lo guardò entusiasta “cerca di convincere i tuoi, tra due settimane sarà aprile, un buon tempo per partire”. I due amici si strinsero in un forte abbraccio, poi Bashir andò via.
Samir corse in stanza, provò a collegarsi ad Internet ma niente, non c’era segnale. Si girò verso la sua libreria e cercò il suo vecchio libro di geografia. Cerco la cartina dell’Italia e iniziò a fantasticare sull’Italia e sulle tante opportunità che stavano per aprirsi davanti a lui. Immaginò Napoli e lui Fatima abbracciati stretti in un vicolo senza sole, pensò a Roma e alle sue antichità, si ricordò di Venezia e del suo galleggiare sull’acqua. Pensò ad un lavoro vero, ad una casa in periferia, con un po’ di orto, pensò a Fatima, al suo profumo che l’avrebbe accompagnato per sempre.
Poi fu un attimo, un secondo di silenzio e poi il fragore dell’esplosione. Tutto davanti ai suoi occhi si fece in mille pezzi e poi il vuoto. Chiuse gli occhi pensando a Fatima ed al suo profumo, era sotto le macerie della sua casa.

Lo ritrovarono ancora con in mano la cartina dell’Italia. La guerra è triste perché troppo spesso ti fa morire con i tuoi sogni ancora stretti tra le mani. 

mercoledì 27 gennaio 2016

un legame

Ho bisogno di una sigaretta. In realtà non è proprio così, fumare forse nemmeno mi piace troppo. Ho bisogno del suo gusto in bocca, di quella saliva amara tra le guance, che ti pizzica la lingua. Ci sono volte come questa in cui credo che la mia anima sappia di questo catrame. Quand'è così ho bisogno di alzare il volume dello stereo e spingere sull'acceleratore.
Ho ascoltato tanto da bambino e credo di essere venuto su bene con tanti carismi e aspettative, eppure finisco le mie serate guardando un bicchiere vuoto e senza la forza di spostarmi dal divano al letto.
Credo si tratti di un problema generazionale, di quelli come me che in fondo hanno sempre avuto tutto.
E abbiamo il peccato negli occhi, rapaci e capaci di violenza. A volte bastano un paio di calze per farmi dimenticare tutti i miei buoni principi, e poi passi il giorno successivo ad affogarti nel baratro di qualche dipendenza. La cocaina accelera i miei pensieri e mi fa credere di essere invincibile, il cibo ingurgitato in quantità come punizione ed espiazione per le mie colpe.
E entri in un circolo vizioso che in fondo ti piace perché almeno lui non ti abbandona.
Quando ti accorgi del marcio spesso è tardi. La droga non ha fatto nient’altro che amplificare le mie ansie. E quest’ultime non hanno fatto nient’altro che aumentare le mie paranoie. E così ti sembra che tutti ti guardino e che tutto il mondo sia pronto a puntarti il dito contro. E crolli quando scopri che al mondo in fondo di te non importa molto.
E così la mia ricerca continua, perso nei vicoli della solitudine senza più anestesia. A volte penso che tutto ciò sia irreale, vano e passeggero. Come me inutile. Eppure ho voglia di dare un senso a tutto ciò, forse ho solo bisogno di un qualcosa per cui essere migliore, qualcuno che riesca a tirare fuori il meglio di me.
La mia anima non sa di catrame, ha solo bisogno di un legame. Qualcuno in cui credere, qualcosa da sperare, qualcuno da amare.


mercoledì 16 dicembre 2015

Amava


La metro correva troppo veloce, così facendo sarebbe arrivato puntuale all'appuntamento e proprio quella volta preferiva far tardi. Francesco decise che era meglio scendere e continuare a piedi, l'aria in faccia ed una sigaretta l'avrebbero aiutato a pensare. 
Ad aspettarlo, a qualche km di distanza, c'era Lucia, la sua Lucia. Se la immaginava chiusa nel suo cappotto, pronta a stringerlo forte. Quante volte quell'abbraccio sicuro e dolce gli aveva ridato vita, quante volte gli era tornato il sorriso grazie a lei. Lucia aveva questo dono immenso, rendeva Francesco felice. Ma era davvero la felicità che lui cercava? 
Una tasca che vibra, un messaggio di Irene: "è una noia senza di te ;)". Forse era sceso da quel treno solo per poter ricevere quelle parole. Irene l'aveva incontrata per caso, mentre lavorava. E tutto era andato così velocemente. Francesco non era un cattivo ragazzo e non voleva tradire nessuno, ma non poteva mentire a se stesso. Lucia era quanto di più bello avesse nella vita, da lì a poco sarebbero andati a vivere insieme eppure ciò non era bastato per non innamorarsi ancora. E la sua testa era un continuo domandarsi la cosa giusta da fare. Irene era capace di tirare fuori da lui il meglio, quando era con lei tutto era possibile. Ma era davvero questo ciò che cercava.
Francesco accese la sigaretta ed inspirò piano. Cos'era più importante? Sentirsi amati per sempre o per sempre trovare un motivo per amare?

Amava Lucia ma di Irene ne era innamorato






lunedì 12 ottobre 2015

Intrecci

Finalmente fuori, l'attesa in quel palazzo si era fatta estenuante. In quel salottino eravamo in sei dalle 9 di stamattina a sorriderci, ben consapevoli che in realtà eravamo nemici uno contro l'altro, per un'opportunità di lavoro.
E tutto sommato sono contento di essere stato scartato, il direttore non è stato equivoco, non gli servivo. Ed in fondo lo capivo, non servivo nemmeno troppo a me stesso dopotutto. Ma quel colloquio almeno avrebbe zittito per un po' mio padre.
Non c'è niente di più bello che camminare con la giornata davanti senza impegni, con la libertà e l'esigenza di dover far spazio nella testa, sempre con troppi pensieri intrecciati. Come in tasca le cuffie del mio mp3 strette e incredibilmente incasinate, così vivo la maggior parte del mio tempo, con il peso di essere ciò che gli altri vogliono.
Sono pochi gli istanti in cui decido di premere play e sbrogliare la matassa che ho in testa.

Il mio problema è che non ho nessuna intenzione di perdere nessuna emozione, anche quelle in contrasto mi fanno bene. A volte  credo che sia proprio questo casino a permettere al mio cuore di battere ancora e sempre

lunedì 5 ottobre 2015

a metà

incompleto, come un disegno lasciato a metà... come una frase sospesa che non sa trovarsi un finale.
Guido è un bel ragazzo, con un bel sorriso, begli amici e belle storie da raccontare. Uno di quelli che a guardarlo da lontano lo credi perfetto, senza problemi.
A volte per Guido è così, spensierato nei suoi jeans nella sua ricerca di un futuro. Come è bello quel tempo adolescenziale nel quale sostituiamo il termine ricerca con il termine sogno. E così finisci per sognare un mondo perfetto, ancora storie che valgano la pena di essere raccontate.
Ma Guido non è solo questo, anzi. Tutto ciò è solo una metà. Perché di tutte le occasioni che gli capitano lui sceglie di viverne solo una parte, come se la vita potesse essere mangiata come la pizza, senza il cornicione.
Forse è questo il suo più grande errore, Guido lascia sempre tutto in sospeso e questo lo fa vivere solo una metà delle sue emozioni. E' innamorato, ma non riesce a fidanzarsi; è uno studente, ma ha bisogno continuamente di esami per aprire un libro; è un credente, ma di quelli che non sentono il bisogno di aver fede; è un uomo, ma di quelli che non scelgono mai

domenica 6 settembre 2015

Istanti

È come quando il cielo si illumina per un lampo, sei li qualche istante ad aspettare il tuono, impaurito  o magari distratto, ma in attesa. È così che ormai vivo, solo di quegli istanti, e aspetto che da un momento all'altro il tuono venga e distrugga tutto. Quegli attimi di paura diventano attimi di vita in una corsia di ospedale, perché quel lampo è caduto lontano dal tuo letto, almeno per oggi.
E di questi attimi che vivo da quando abbiamo scoperto che Giulio ha la leucemia.
Ti insegnano per tutta la vita ad essere come il lampo, primo su tutti sempre il più veloce nel fare o nel rispondere, e ti insegnano ad essere tuono per non rimanere schiacciato dagli altri, anzi per essere tu a schiacciarli.
Nessuno ti insegna invece la verità, che la vita vera è fatta solo di quegli istanti tra il lampo ed il tuono e vorresti essere lento per goderne appieno ed essere debole per poterti affidare agli altri perché da soli non si sconfigge niente.
E impari che nulla è scontato e che tutto è dono, impari a vivere il tuo dolore senza più nasconderlo, assaporando piccole gioie ogni giorno .
E impari  a non rimandare nulla a domani perché non c'è lampo ne tuono tanto forti da riuscire a convincerti che questi istanti, tanto belli ed intensi, non valgano una vita intera. 

mercoledì 26 agosto 2015

Ostinata


un pò di shampoo le finì nell'occhio sinistro e fu costretta a chiuderlo. Continuò a lavarsi così, al buio, ma senza particolari ansie. Perché sapeva quel dolore a cosa era dovuto ed in fondo sapeva ben muoversi con il suo corpo. 
Rosa chiuse l'acqua ed uscì dalla doccia. Rimase per un po' così a guardarsi quell'occhio arrossato, le piaceva rimanere nuda davanti allo specchio, stava bene così, al caldo nella privacy del suo bagno. 
E' proprio vero, ciò che non si conosce fa più male, e la sua testa iniziò a vagare correndo veloce all'immagine di suo padre che andava via da casa, al suo primo bacio in una sera d'estate con lui che non si fece più vedere, il primo cattivo voto a scuola, la malattia di sua madre. Quanto tempo aveva impiegato a categorizzare quei dolori, quanto tempo era passato per capire che certe cose le avevano lasciato dentro cicatrici e paure. Magari tutto fosse semplice da curare come un occhio arrossato. 
Iniziò ad asciugarsi i capelli, e mentre i suoi ricci provavano a trovare una forma si rese conto di quanto bene gli facessero momenti come quello. Perché nel cuore non si creano cicatrici di bene? Perché il dolore ci rimane incollato addosso, nei nostri modi di fare e di pensare ed il bene invece sembra così effimero?

Rosa si fermò di colpo, posò il fono e tornò a guardarsi allo specchio. Era lì accanto, il suo occhio sinistro era ancora arrossato ma quello destro sembrava sorriderle. Che intuizione, la felicità era davvero forse solo un cambio di prospettiva? Perché cercare cicatrici di bene? Il dolore quando c'è non ti fa pensare a nient'altro ma ciò non vuol dire che il bene scompaia. 
Quanto tempo passiamo a rimuginare sul male senza mai fermarci ad assaporare il bene. Quante lacrime versate su persone che vanno via che ci impediscono di sorridere a chi invece resta. Quante cicatrici di dolore che induriscono i nostri comportamenti facendoci dimenticare di essere ancora capaci di essere felici.

Rosa si vestì serena e decise che d'ora in poi per ogni piccolo o grande dolore che l'avrebbe colpita avrebbe ostinatamente cercato una mezza occasione per sorridere.

Forse alcuni dolori sono troppo grandi per riuscire a sorridere. 
Ma la vita è ostinata e non farà mai calcoli

lunedì 13 luglio 2015

stazione


Rischia di diventare un tormento più che uno stile di vita. E’ una valigia sempre pronta e sempre sfatta un po’ come il tuo cuore aperto a tutti eppure in perenne confusione per i tanti abbracci che sa di non poter più assaporare.
Anna era stato un incontro fortuito eppure tremendamente penetrante. Quante volte ero passato fuori a quella stazione e quante volte non l’avevo mai notata? Fino al giorno in cui lei piombò nella mia vita
Avevo sempre avuto altro e non credevo di averne bisogno, ma l’amore ti travolge come un’esperienza sempre nuova. Ti rende così incapace, ero così pieno di risposte da aver sottovalutato il fatto che qualcuno potesse non avere le domande. Così ho dovuto ritornare ad essere bambino per riscoprire il come si fa, come si sta accanto e basta senza pretendere altro. Perché fuori a quella stazione lei non desiderava altro, non aveva bisogno di un cavaliere, aveva solo bisogno di essere sorrisa e sorrisa ancora. E così l’ho amata tanto, perché si ama solo quando si ha bisogno delle stesse cose e Anna mi ha aiutato a scoprire che anche io in fondo volevo solo un sorriso in più.

Ed ora sono ancora fuori a quella stazione ma il mio treno è stato annunciato e devo andare, con il cuore che sorride per il subbuglio che una piccola donna ha saputo crearmi dentro. Vince chi ama di più, sono certo che dovunque sarò questa stazione sarà sempre casa, perché gli occhi di Anna continueranno a guardarmi da lontano. La mia valigia resterà pronta per andare, ma quest’oggi Anna ha inciso nella mia pelle la strada per tornare.

mercoledì 29 aprile 2015

altro

«Marco perché fai così, proprio non ti importa di noi?», mi faceva venire i brividi vedere quel suo sguardo vuoto dritto verso qualcosa di lontano, qualcosa sempre troppo oltre. “Non ti ha mai giudicato abbastanza” sentenziò la mia testa continuamente arrabbiata con lui. Eppure c’era qualcosa di magnetico che non mi lasciava distogliere lo sguardo da lui.
“No, Anna, aspetta. Lo sai, non sei tu, il problema è il mio. Certo che mi importa del tuo lavoro, di noi, sai che senza di te sarei spacciato, sei l’unica che riesce a tenermi saldo qui”.
Era vero, Marco, brillante avvocato, bel ragazzo, di buona famiglia e apparentemente senza problemi e senza grilli per la testa, non sapeva e non riusciva a godersi la sua felicità. Ma la cosa più stupefacente, ciò che davvero faceva stare male Anna è che a lui non importava, anzi non se ne accorgeva nemmeno.
Si erano conosciuti nello studio legale dove lei lavorava come segretaria. Lui era arrivato lì per fare praticantato. Non l’aveva mai corteggiata, e forse proprio questo l’aveva affascinata. Lei, bellissima, era abituata ad avere sempre tutti ai suoi piedi, e quel giovane bello e sfuggente che le sorrideva, ma niente più, la intrigava.
Fu un duro colpo per lei scoprire, una volta innamorati che quella non era una strategia per ammaliarla, Marco era così sempre. Voleva qualcosa la puntava, la consumava ed andava via, come un giovane sciacallo. Non aveva gusti musicali, non aveva preferenze politiche, sogni o particolari tendenze letterarie. Giocava a calcio, usciva con gli amici, ma niente lo interessava davvero. Non si trattava della solita maschera per sembrare qualcuno che non sei, Marco semplicemente non era. Apparteneva pienamente a questo tempo, non puoi definirlo per il chi è, ma per ciò che non è. E così finisci per non definirlo.

E forse Marco è l’unica persona che conosco davvero libera, ma a che costo? All’amaro prezzo dell’altro, senza legami, con nessun abbraccio che potrà mai scaldarlo davvero, con nessun sogno che potrà mai dargli il coraggio nel presente, con nessuna passione ad alleviare la monotonia della ripetitività quotidiana.
Oppure Marco è tutt’altro, e forse Anna non lo comprenderà mai. Lui vuole altro e ha paura sempre di altro, questo lo rende forte perché incosciente, ribelle perché sincero, davvero libero perché con il cuore in tutto ciò che fa e contemporaneamente proiettato ad altro.

Anna lo crede disamorato, Marco è semplicemente nel vento. E sorride per questo.

domenica 5 aprile 2015

una mano tesa

"Coraggio, coraggio, coraggio!", diceva tra se e se Fabrizio come un mantra. Era stata una strana serata quella, iniziata con gli amici di sempre e conclusa come sempre con una birra da solo fuori al parco di casa sua. A Fabrizio piaceva aspettare l'alba così, con la testa troppo piena di musica ed alcol per pensare davvero, troppo vuota di sguardi sinceri per smettere di farlo. 
Fu un attimo, un battito di vento che lo avvolse tutto, ed un profumo di buono che invase le sue tempie, l'alcol fa sembrare belle tante ragazze ma questa che gli era passata accanto era un angelo. 
"Coraggio, coraggio, coraggio!", devo fermarla... Fu una questione di attimi, le si avvicinò ma non riuscì a parlare, lei era lì che gli sorrideva. Da vicino non poté non notare che il cappello di lei nascondeva un male troppo grande per essere digerito da una birra.
"Non preoccuparti", disse lei imbarazzata. E andò via.
Fabrizio la vide andare e vide con lei andarsene anche una parte di se. Si vide perso, le sue giornate tutte tali e quali, passate nel benessere e nel fare tutto ciò che voleva, non erano nemmeno lontanamente paragonabili alla gioia del sorriso di quella ragazza malata. 
Si senti un nodo in gola, ma poi decise di sputarlo via e corse da lei. Non sapeva bene ne cosa dire ne cosa fare, ma in quel sorriso aveva visto una mano tesa, in quella malattia una luce nuova per guardare alla sua vita. Decise di aggrapparsi con forza a quella mano, voleva imparare a sorridere come lei. 

mercoledì 4 febbraio 2015

come se nulla fosse


seduto coi pensieri in corsa
avvolto dal vento che vuole portarmi via
c'è un fiore che scuote la mia assenza
la paura con il suo sudore a bagnarmi l'essenza
Esserci ancora, come se nulla fosse

giovedì 1 gennaio 2015

capelli al vento


A volte basta fare due passi e prendere un pò d'aria. I muscoli riprendono vita ed il freddo che ti entra nei polmoni è un dolce abbraccio di vita.
Maria lo sapeva, ma come tanti si nascondeva dietro alle tante cose da fare, tirata giù dai troppi se e ma che la sua vita ogni giorno le chiedeva di affrontare. Già la sua vita, ritornava a pensarci spesso, la sua stramaledetta vita normale, senza traumi, senza ansie, senza problemi. E vuota di sorrisi e di carezze. Una vita che vista dal di fuori sembrava non avere pieghe o sbavature, l'università, gli amici, i sabato sera, ma che dal di dentro ruggiva come una tempesta. Quasi che si possa vivere col sorriso sulle labbra ed un grido nel cuore. 
Cosa cerchi Maria? Come stai?
Se lo chiedeva spesso durante le sue lunghe passeggiate al molo d'inverno, la sera, con il vento che rumoreggiava tra gli scogli e attutiva quei battiti troppo veloci che l'assordavano dentro. Sto bene, si ripeteva sempre più frenetica, eppure non era così. O forse non era semplicemente così, perché il bene te lo devi costruire e guadagnare ogni giorno, e perché puoi avere tutto ma provare lo stesso il vuoto. 
Si fermò un attimo Maria a prendere fiato, poi quel gesto consueto di tirarsi i capelli indietro e stringerli in un pugno, gli occhi chiusi per un'istante che si riaprono verso il cielo. Un'emozione fugace, un sorriso strappato, una stella che cade scuotendo l'immobilità di un cielo e di un cuore anestetizzati da antichi dolori, riscaldati da un tiepido abbraccio. Quel sorriso leggero toccò il pugno di Maria, e fu un'esplosione. 
I suoi capelli al vento in balia come il mare e lacrime calde e lacrime amare. 
Forse era arrivato il momento di non restare chiusa, in ordine, in un pugno, ma di aprirsi alla novità del vento

venerdì 5 dicembre 2014

qualcuno che la guardasse così


le 13.15, ormai anche quest'ora di chimica è andata e ormai non vale più la pena a perdere tempo con gli appunti. "Ho sbagliato indirizzo e ho sbagliato a voler seguire questo corso senza nessuna base". Sbuffa nel suo maglione a colle alto, e in quel respiro c'è tutta la sua poca voglia di continuare, cosa? Forse nemmeno Claudia lo sa bene. Non voglia di continuare con la matematica, non voglia di uscire sempre con le stesse persone, non voglia di passare il suo tempo ad obbedire alle buone scelte di suo padre. Vorrebbe gridarglielo in faccia... "se solo ogni tanto lo vedessi", il suo pensiero ad alta voce fece scappare un sorriso al suo vicino di banco, ed anche lei non poté fare a meno di sorridere. "Ciao", l'aveva notato anche prima, è un bel ragazzo. "Non sono matta tranquillo", smorzò subito Claudia, "io invece sono Andrea, piacere". Che imbranato davvero quello era tutto quello che sapeva fare per provarci? "Pranziamo assieme?" - "Si", si sentì rispondere Claudia, un'altra occasione per stare un pò da sola gettata via, ma ormai non si poteva tornare indietro: "andiamo fuori però, al parco". 
Era freddo e le panchine libere poco invitanti, ma ormai... si sedettero accanto goffamente, come due sconosciuti, e quella pausa sembrò interminabile, piena di mezze frasi banali. 
Eppure nell'aria c'era qualcosa di nuovo, Qualcosa che Claudia non si aspettava, il suo sguardo confuso continuava a non aver voglia di... ed invece lo sguardo di Andrea sembrava non volersi mai più staccare da lei. Ed il suo cuore timido si riempì di un sorriso grande. Non si dissero molto quel giorno, ma Claudia capì che aspettava da tanto qualcuno che la guardasse così.